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Puntozero. Antigone dentro il Beccaria

Nel 2016 hanno abbattuto un muro. Non è una metafora: il carcere minorile di Milano ha aperto il proprio teatro alla strada.

Milano, gennaio 2019 — fotografie e testo

Le prove dell’Antigone sul piano inclinato color fango secco che fa da Tebe.
Le prove dell’Antigone, Puntozero Teatro. Milano, gennaio 2019.

Racconto

L’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano ha al suo interno una sala teatrale, in disuso dagli anni ottanta, e per quindici anni Giuseppe Scutellà e Lisa Mazoni hanno lavorato perché quella sala diventasse un locale di pubblico spettacolo a norma, con un ingresso indipendente dalla strada. Seicentomila euro, una normativa complicatissima, il reparto tecnici del Piccolo che insegna falegnameria e illuminotecnica ai ragazzi detenuti. Duecento poltroncine rosso scaligero, dismesse dal Teatro alla Scala nel restauro del 2004 e donate a questa nuova realtà di quartiere.

Il punto di tutto questo è che le famiglie del quartiere e i ragazzi del carcere si siedano nella stessa sala.

La conseguenza, per chi fotografa, è immediata: in quella sala non si capisce chi sta scontando una pena e chi è entrato dalla strada. La compagnia è una trentina di persone — studenti liceali e universitari, attori professionisti, tecnici, sarti, runner, e i ragazzi del Beccaria — e non è organizzata per rendere quella distinzione leggibile. È organizzata per cancellarla.

Due settimane

Ho seguito le prove dell’Antigone nelle due settimane prima del debutto.

Il teatro in quei giorni è tutto insieme: laboratorio di recitazione, sartoria, mensa, officina per luci e audio e — nei pochi momenti di calma — dormitorio. Sotto il palco un tavolo con brioche, tranci di pizza, würstel e una macchinetta del caffè quasi sempre accesa. Sul legno nero del palcoscenico un piano inclinato color fango secco, la Tebe di Sofocle.

Il tempo è la variabile stretta. I ragazzi detenuti possono scendere dalla sezione solo per poche ore al giorno, e in quelle ore bisogna portare a casa più lavoro possibile. Da questo nasce il ritmo di tutto: la fretta, la concentrazione, la stanchezza che a un certo punto si vede addosso a tutti. I biglietti online, intanto, erano esauriti da un pezzo.

Per molti dei ragazzi il teatro è anche scuola: si impara la lingua, si lavora sulla dizione, capita di vederli girare con batuffoli di cotone tra le guance per sciogliere la parlata. Nella messa in scena c’è un passaggio che di quella diversità fa il centro — l’editto di Creonte declamato in una dozzina di lingue.

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Il verso di Creonte, se citato, richiede il credito del traduttore.

Poi il Piccolo Teatro Studio Melato, dal 22 al 27 gennaio, otto repliche.

Nei camerini gli ultimi riti: costumi, correzioni al testo, trucco. A turno le dita bagnate passano sul colore e si tirano striature scure sugli occhi, il sangue di Edipo che si strappa i bulbi. Sul palco gli attori aprono con Chorós, l’esercizio che il regista usa per svegliare i muscoli e preparare la voce; il pubblico entra mentre loro sono ancora lì, a scaldarsi in musica. Poi scendono, i figuranti si infilano le cappe brune per sparire tra le file, il brusio cala. Un cicalio elettrico dissonante rompe il silenzio, un faretto rosso trova il palco, e comincia.

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Manca il momento in prima persona: due o tre righe su una situazione precisa vissuta durante le prove o le repliche.

Come ci sono entrato

Me le hanno aperte Beppe e Lisa. Nessuna mediazione istituzionale, nessun accredito stampa: la richiesta di poter stare lì dentro due settimane, e la loro decisione di accogliermi nel progetto invece che ospitarmi come visitatore. La differenza si vede nelle immagini — dopo qualche giorno smetti di essere quello con la macchina fotografica e diventi parte della compagnia.

Nota sulle immagini

Da questo lavoro non pubblico fotografie che identifichino qualcuno come detenuto. Non è una scelta editoriale mia: la legge italiana vieta di rendere identificabili i minori coinvolti in procedimenti penali, e il divieto non decade a pena scontata né si supera con un consenso. Nel testo i ragazzi compaiono solo con il nome proprio o il soprannome con cui si chiamano tra loro.

Ma la regola coincide con il senso del progetto. Puntozero ha passato quindici anni a rendere invisibile il confine tra chi è dentro e chi è fuori; un reportage che quel confine lo ricostruisse a beneficio del lettore lavorerebbe contro il proprio soggetto.

Immagini

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La sala prove vista dalla platea, il piano inclinato sul palco.

La Tebe di Sofocle: un piano inclinato color fango secco.
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La sartoria: costumi appesi e una macchina da cucire in funzione.

La sartoria, dentro il teatro.
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Il tavolo sotto il palco con brioche, pizza e la macchinetta del caffè.

Sotto il palco: mensa, pausa e assemblea.
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Il trucco nei camerini, dita bagnate che tirano striature scure sugli occhi.

Il sangue di Edipo, prima di entrare in scena.
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L’esercizio di riscaldamento Chorós sul palco, con il pubblico che entra.

Chorós: il pubblico entra mentre la compagnia si scalda.
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Il faretto rosso che trova il palco all’inizio dello spettacolo.

Il faretto rosso, e comincia.

Nessuna immagine di questo lavoro rende identificabile un minore coinvolto in un procedimento penale.

Crediti

Fotografie e testo
Mirko Isaia
Compagnia
Puntozero Teatro, regia di Giuseppe Scutellà
Spettacolo
Antigone, Piccolo Teatro Studio Melato, 22–27 gennaio 2019

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Credito di pubblicazione da definire.

English

Puntozero. Antigone inside the Beccaria

Milan, January 2019 — photography and text

Puntozero is a theatre company based inside the Cesare Beccaria juvenile detention institute in Milan. Over fifteen years its founders rebuilt the prison’s derelict theatre into a licensed public venue with its own street entrance, seated with chairs discarded by La Scala, so that families from the neighbourhood and detained teenagers would watch from the same room. In January 2019 I spent two weeks with the company — some thirty people, of whom only some are serving sentences — through rehearsals and the eight performances of their Antigone at the Piccolo Teatro Studio Melato.

Italian law prohibits making minors involved in criminal proceedings identifiable, and no consent overrides it, so no photograph here marks anyone as detained. That constraint happens to match the point of the work: the company spent fifteen years dissolving the line between inside and outside, and a reportage that redrew it would be working against its subject.

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